
Lavoro flessibile, articolo 18, meritocrazia, precariato...
La crisi del mercato del lavoro porta a tante riflessioni. I ragazzi che hanno concluso i loro studi si chiedono se tentare la sorte in Italia e sperare magari in un contratto non precario oppure preparare subito le valigie e partire verso destinazioni estere.
Ma è davvero tutto rose e fiori all'estero? Quali sono i punti di riferimento per partire già con le idee chiare?
Per cercare di dare delle risposte, ho fatto un'intervista a distanza a Virginia, una cara amica che ha deciso cinque anni fa di lasciare la nostra nazione per esperienze lavorative in Europa. Attraverso le sue risposte - da considerarsi come opinione personale - cerchiamo di capire come lavora un italiano all'estero e quali possono essere alcuni siti da visitare prima di partire per essere pronti a questa nuova esperienza.
Ringrazio ancora Virginia per la sua disponibilità!
1. Se ricordo bene sei andata via dall'Italia nel 2007 per andare a lavorare a Londra. Per quale motivo hai deciso di lasciare la nostra nazione e partire verso questa nuova avventura?
Da un certo punto di vista la mia decisione di emigrare nel 2007 può quasi apparire puramente fortuita: avevo appena comprato casa, firmato un mutuo trentennale quando ecco che arriva un colloquio con una multinazionale e l’offerta di un contratto a tempo indeterminato poco fuori Londra. Eppure penso sia stata una scelta voluta e pensata: in Italia vivevo in una situazione quasi di sub-impiego, dove all’impegno e al lavoro che facevo non corrispondeva uno stipendio soddisfacente.
La mia situazione lavorativa era scadente, a voler guardare il bicchiere mezzo pieno: scarsa considerazione delle mie capacità da parte dei miei manager, nessun riconoscimento dei miei meriti e risultati, nessun investimento per la mia crescita professionale, atteggiamenti decisamente irrispettosi nei miei confronti.
Il fatto di non avere una laurea in ingegneria e di essere una donna mi sono sempre stati rinfacciati, utilizzati come perfetta motivazione per giustificare richieste di miglioramenti delle mie condizioni contrattuali e lavorative. Sono sempre stata una persona curiosa (pure troppo, aggiungerebbero alcuni) e la possibilità di poter vivere una realtà diversa da quella italiana e allargare i miei orizzonti hanno influito sulla mia scelta finale di fare le valigie e partire.
2. Lavoravi (anzi, lavoravamo) in una multi-nazionale americana qui a Torino e sei andata a Londra per lavorare in un'altra multi-nazionale sempre del settore telecomunicazioni. Hai trovato differenze sostanziali nel lavorare in queste due grandi società come metodologie, approccio, orari e pressioni lavorative... legate al territorio in cui ti trovavi?
Le differenze ci sono eccome! Ma credo siano solo per l’1% imputabili alla multinazionale in sé, e per il 99% al territorio.
In Inghilterra tutte le ditte hanno una policy per il “work-life balance”, ovvero cercare di raggiungere un equilibrio fra il lavoro e la propria vita privata. Fare dello straordinario era davvero qualcosa di straordinario! Bisognava veramente valutare se finire un lavoro entro una certa data fosse davvero così importante e fare richiesta per lavorare di più al proprio manager. Si lavora di meno, non solo per il minore numero di ore settimanali, ma perché la pressione è minore, il che è sia un bene che un male. Ti permette di fare il tuo lavoro bene, ma dall’altro la mancanza di senso di urgenza fa sì che uno si impigrisca un po’ (almeno per gli standard italiani).
In Inghilterra tentano davvero di fornire a tutti pari opportunità per il lavoro e per una donna ci sono molte più possibilità di fare carriera che in Italia. Ma soprattutto quello che ho notato è una differenza nei rapporti interpersonali con i colleghi e i superiori: sono molto più freddi e distanti che in Italia, ma basati comunque sul rispetto della persona e delle sue opinioni a prescindere da qualsiasi altro fattore. Agli inizi ho fatto molta fatica a staccarmi dall’idea che mi ero fatta in Italia del lavoro in una multinazionale e a entrare nell’ottica per cui un manager è tale non solo se ha le conoscenze tecniche adeguate ma è anche una persona dotata di empatia, voglia di aiutare e rendere il lavoro migliore. In Inghilterra non ho mai assistito a “strigliate” o insulti a livello personale da parte di un manager, cosa che a Torino era prassi per alcuni.
3. Lasciar tutto e partire non è sempre facile soprattutto se dall'altra parte non si ha un riferimento e quindi non sappiamo come muoverci in un nuovo paese. Come è stato il tuo approccio con la burocrazia britannica?
Scherzando a volte dicevo ai miei amici che gli inglesi hanno così paura di dover avere a che fare con chiunque che la loro burocrazia funziona benissimo!
In realtà non è vero, la burocrazia è un gran garbuglio ovunque nel mondo, ma se parti da un punto di paragone che è l’Italia tutto ti sembra migliore in Inghilterra. Una volta che mi sono abituata alla realtà inglese, anche il minimo disservizio mi faceva imbestialire, anche più di tre ore di coda alla posta. Non esiste la carta d’identità e l’unica ragione per cui avevo sempre con me la patente è che ogni tanto nei supermercati o nei pub ti chiedono un documento quando compri alcolici.
Buona parte delle pratiche possono essere fatte via internet o al telefono, dalla richiesta del NIN (National Insurance Number, il codice fiscale) alla dichiarazione di residenza al council (per pagare la council tax e ricevere la lettera per iscriversi al registro votanti).
Il contraltare della mancanza di forme di identificazione è che quando devi provare chi sei (ad esempio per aprire un conto in banca) devi fornire una prova: se hai già un impiego, il datore di lavoro di solito stampa una lettera che attesta chi sei e che lavori per lui, ma il più delle volte quello che ti viene richiesto è una lettera da parte di qualche ufficio pubblico o una bolletta che hai ricevuto a casa negli ultimi tre mesi.
Il canone per la BBC è un’altra pratica che va fatta: i controlli ci sono e le multe sono salate, ma va detto che la qualità dei programmi è tale che l’ho sempre pagato volentieri! :-)
4. Quali siti consiglieresti ad un giovane italiano che vuole andare a Londra a lavorare per avere le idee chiare su come funziona il lavoro e la burocrazia in Inghilterra?
Siti ce ne sono molti e molto dipende dal lavoro che si vorrebbe fare in Inghilterra e dal fatto di partire o meno già con un contratto in tasca.
Di sicuro leggerei le informazioni del sito http://www.direct.gov.uk/en/index.htm E’ un portale curato dal governo inglese con informazioni su tutti i servizi e su come muoversi fra le maglie della burocrazia. E’ molto completo e ha collegamenti per praticamente tutto.
Mi farei un’idea su i tipi di lavori disponibili a Londra tramite siti come Monster e LinkedIn. E poi darei anche un’occhiata a bacheche e forum di siti di italiani all’estero come:
http://www.italianialondra.com/
http://www.italiansoflondon.com/
http://www.italiansunited.co.uk/
Sono siti che hanno informazioni utili sul come affrontare cose piccole e grandi della vita di tutti i giorni dalla prospettiva di noi italiani, ma anche discussioni su gioie e frustrazioni della vita da emigrato che possono dare una mano a partire “preparati” per la vita all’estero.
5. C'è stata una breve parentesi in cui hai cercato di avviare un tuo progetto qui in Italia ma poi hai deciso di tornare in Inghilterra. Quali sono stati i maggiori ostacoli che hai trovato?
Se penso al mio intervallo italiano, l’amarezza ritorna.
Gli italiani sono il maggiore ostacolo. Non sono la burocrazia di per sé, o le banche che non riconoscono il potenziale “economico” dei giovani (e non solo!) il problema principale, almeno dal mio punto di vista. Il fatto è che noi italiani siamo nati e cresciuti in un ambiente di immobilità lavorativa e sociale: per noi posto fisso equivale a iniziare a lavorare in un posto a 25 anni e fare lo stesso identico lavoro fino all’età della pensione. Qualsiasi passo al di fuori di questo percorso diventa un’odissea ed è possibile solo se si hanno adeguati sostegni economici alle spalle.
Bisogna avere un titolo di studio adeguato al settore dove si va a lavorare, tant’é che ancora oggi, con quasi 8 anni di esperienza nel settore informatico, le ditte italiane mi chiedono come prima cosa: “ma perché non ha la laurea in ingegneria?”
Quando ho cercato di cambiare strada, allontanarmi da computer e cellulari e darmi alla pasticceria, apriti cielo! Ho chiesto a un pasticciere di Torino cosa dovevo fare per poter lavorare in pasticceria, e la sua risposta è stata: “Iniziare a spazzare i pavimenti del retrobottega a 14 anni”. Ho rivisto quel pasticciere a un servizio del TGR fare sì sì con la testa alle parole del capo della confederazione pasticcieri, che lamentava che nessun giovane è più disposto a lavorare in pasticcieria.
Io a 32 anni mi sentivo abbastanza giovane da lavorare in pasticcieria, ma evidentemente non abbastanza giovane.
6. Pochi mesi fa hai deciso di cambiare e trasferirti in Olanda. Secondo te come mai molte realtà informatiche stanno scegliendo di stabilizzarsi nei Paesi Bassi e perchè non succede in Italia?
L’Olanda ha pochi abitanti, molte ditte e istituti di ricerca universitari. Gli olandesi però spesso emigrano per altri paesi come Canada e USA, quindi in settori come l’informatica le ditte fanno fatica a trovare personale specializzato in casa e devono guardare all’estero.
Per attirare personale qualificato dall’estero è stato introdotto anni fa il sistema del 30%, che permette una riduzione dell’imponibile tassabile del 30% per i lavoratori stranieri assunti per mancanza di persone adatte nel mercato del lavoro olandese. La situazione al momento è in evoluzione perché da quest’anno la legge è cambiata rendendo più difficile l’applicazione di questo sistema. Nel momento in cui dovesse venir meno, è molto probabile che l’Olanda si svuoterebbe in maniera drastica, perché buona parte degli stranieri che ho conosciuto finora rimangono in Olanda per questo motivo.
7. Siti "guida" per il primo approccio con il mondo lavorativo olandese?
Non ne ho molti, perché ho trovato lavoro in Olanda tramite LinkedIn, comunque consiglio il sito di un’agenzia di lavoro che si occupa prevalentemente di stranieri che cercano lavoro in Olanda: http://www.undutchables.nl/
8. Si parla tanto nell'ultime settimane di riforma del lavoro e di eliminare l'articolo 18 in nome della flessibilità, come nel resto d'Europa. Come funziona nei Paesi in cui sei stata? Quali condizioni contrattuali vengono offerte... è veramente flessibile il lavoro?
Ecco, l’articolo 18 in un certo senso esiste ovunque, solo che non si chiama articolo 18 e non viene visto come causa di tutti i mali.
Se si viene licenziati senza giusta causa in UK si può fare causa. La differenza è che è il giudice a decidere, ordinando risarcimenti molto onerosi per la ditta e se lasciare poi alla ditta stessa la decisione fra pagare e reintegrare. In Inghilterra come in Olanda, le condizioni contrattuali sono molto simili a quelle italiane, il posto fisso non è un sogno solo italiano, ma come posto fisso non si intende un posto garantito per tutta la vita dal momento in cui si inizia a lavorare fino al pensionamento.
Non è l’articolo 18 che non rende flessibile il lavoro in Italia, quanto piuttosto la mancanza di strutture di supporto intorno. In Inghilterra sono previsti sussidi per i disoccupati. Se rimani senza lavoro e rendi nota la tua situazione all’ufficio per il lavoro ottieni un sussidio settimanale, ottieni uno sconto per i trasporti e soprattutto non paghi la council tax.
E’ molto più facile rimettersi in gioco, trovare un altro lavoro e ricominciare, ma non è un paradiso: anche all’estero la crisi economica ha investito fasce di lavoratori che per anni hanno lavorato a tempo indeterminato. Inoltre l’Inghilterra soffre di una mancanza di mobilità molto più grave secondo me e che abbiamo purtroppo anche noi in Italia, ovvero la mancanza di mobilità sociale e questo porta molti più danni della immobilità lavorativa.
9. Durante i tuoi studi universitari hai vissuto per un periodo in Cina. Quali macro differenze sottolineeresti tra l'Oriente e l'Europa per quanto riguarda il lavoro e l'istruzione?
I cinesi sono affamati, arrivano da una situazione di estrema povertà e sono disposti a tutto per migliorare la loro condizione. Studiano tantissimo, lavorano tantissimo, hanno un innato spirito commerciale.
Le cose sono cambiate nel corso degli ultimi dieci anni, ora hanno più giorni di ferie, un livello di benessere maggiore, ma rimangono molto competitivi, in primo luogo fra di loro. Però è da notare come il loro sistema di studio molto mnemonico influenzi il loro modo di lavorare, impedendogli il più delle volte di pensare in maniera innovativa (ma in quanto a imitazioni non li batte nessuno!)
10. Fatidica domanda: torneresti a lavorare in Italia?
Fatidica risposta breve: sì.
Fatidica risposta lunga: sì e ora ti spiego perché.
Tornare o non tornare è argomento di molte accese discussioni fra italiani all’estero, molti non ne vogliono sapere di tornare perché “fa tutto schifo”, altri descrivono l’Italia come il “paradiso perduto”.
Aver vissuto all’estero negli ultimi anni mi ha dato tanto, ha ampliato i miei orizzonti, mi ha fatto conoscere persone e imparare cose che mai mi sarei sognata in Italia. Ma mi ha fatto anche capire che certe mancanze, certi difetti sono universali, solo che in Italia sono più alla luce del sole.
Come diceva Gaber, forse noi italiani abbiam capito che il mondo è un teatrino. Probabilmente la chiave della risposta è nella domanda.
Torneresti a lavorare in Italia? Io in Italia tornerei a vivere. Perché all’estero sento che mi manca qualcosa ed è proprio la qualità della vita: quell’insieme di cose come la famiglia, gli amici, lo scambiare quattro chiacchiere con il vicino di casa o il barista, borbottare con il pensionato in coda alla posta... tante piccole cose e gesti quotidiani a cui non ho mai dato importanza, fino a quando non le ho più avute.
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